GDP SANTA ALLEANZA 2013 1 settembre


SANTA ALLEANZA: INTERVENTO, NON INTERVENTO, ANARCHIA INTENAZIONALE


di Aldo  A. Mola 




  Nel 1815, per voltar pagina con lo sconquasso delle guerre franco-napoleoniche (1792-1815)  e fondare il concerto europeo, le potenze vincitrici (Gran Bretagna, Russia, Austria e Prussia)  associarono il vinto, la Francia. Ci vollero tre Trattati nel 1814 e i lunghi mesi del Congresso di Vienna, dal quale scaturì la Santa Alleanza, che in vertici  successivi decise l’intervento militare per ristabilire l’ordine, cioè annientare i liberali che chiedevano monarchie costituzionali al  posto di regimi assoluti. L’Austria mise in riga i liberali italiani. La Francia fece altrettanto con quelli di Spagna. La Russia ebbe mani libere per far regnare l’ordine a Varsavia.  Nell’estate 1830 Luigi Filippo di Borbone-Orléans, elevato al trono da una rivoluzione senza sangue, e la Gran Bretagna decisero che i Belgi potevano staccarsi dai Paesi Bassi  e costituirsi in regno indipendente  sotto tutela internazionale. La Santa Alleanza rimase al palo. Allora i liberali si mossero, specie in Italia, confidando nel “non intervento”, ma la Francia lasciò campo libero alla repressione asburgica  e si limitò ad occupare Ancona.

  A parte l’indipendenza della Grecia e la formazione del regno d’Italia, frutto di guerre di bassa intensità, malgrado tensioni e conflitti periferici (dai quali sorsero Romania, Bulgaria, Montenegro), in Europa la pace resse sino al 1914. Lo scossone della guerra franco-germanica del 1870-71 indusse anzi a scaricare la gara per l’egemonia nella conquista degli spazi coloniali extraeuropei. Dopo la Grande  Guerra per spegnere subito nuovi possibili incendi e arginare le rivoluzioni venne istituite la Società delle Nazioni, che funzionò poco e male. Non decise alcun intervento significativo, non fermò le guerre e nel 1935 deliberò le sanzioni economiche ai danni dell’Italia quando Roma invase l’Etiopia, membro della Società stessa. Le Nazioni Unite dal 1945 avocarono il potere di interventi militari e ne attuarono molti. Ma altre missioni di pace furono decisi da soggetti diversi, come la Nato, strumento militare dell’Alleanza Atlantica, e dal Patto di Varsavia (in Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia). Ora si registra uno stallo, sia dell’ONU, sia di coalizioni multilaterali. Nella Comunità internazionale dilaga una pericolosa anarchia.     

  Torino, prima capitale d’Italia, ospita il XXXIX Congresso della Commissione Internazionale di Storia Militare per approfondire il rapporto tra “governo mondiale” e “interventi multilaterali”. Il tema è di scottante attualità, mentre  alcuni governi si affannano a procacciare  base legale alla ritorsione (a quale titolo?) contro al-Assad (su quali certezze e con quali rischi?). Ma per gli storici, esso ha millenni di precedenti. La riflessione sulla politica vera, cioè sul rapporto tra la diplomazia e le armi, come insegnò Clausewitz, vi si snoda infatti dalle Guerre del Peloponneso alla spedizione  degli aghlabidi in Sicilia  (827-909), dalla guerra di successione sul trono di Vienna (1741 -48) a una quantità fantasmagorica di “episodi” . Paese ospite dell’importante Congresso scientifico, realizzato con l’impegno degli Uffici Storici della Difesa (col. Matteo Paesano), dell’Esercito (col. Antonino Zarcone), della Marina ( C. V. Francesco Loriga) e dei Carabinieri (ten. Col. Flavio Carbone), l’Italia partecipa con docenti prestigiosi, quali Virgilio Ilari, Alessandro Barbero, Pietro Crociani e molti giovani ricercatori, alcuni dei quali già affermati, come  Federica Saini Fasanotti, finalista del Premio Acqui Storia e autrice di un’ eccellente opera edita dell’Ufficio Storico SME sulle Operazioni militari italiane in Libia (1922-1931).

   Dalla rassegna  di Torino emerge che ogni Paese ha vissuto successi ed errori. La saggistica italiana ha invece solitamente enfatizzato soprattutto le sconfitte (Novara, Lissa, Adua, Caporetto, 8 settembre…), isolandole  dal contesto e oscurando le vittorie,  con una lettura negativa dello “strumento militare”. E’ quanto emerge, per esempio, da Generali di Domenico Quirico (che auspichiamo torni presto libero agli studi) e da molte opere di Nicola Labanca e altri seminatori di cupo pessimismo, dimentichi che dall’Unità  le Forze Armate  sono state con la pubblica istruzione la vera fucina della Nuova Italia Nuova e concorsero a liberare  i cittadini dalla sottocultura fondata sulla superstizione, come ha documentato  Oreste Bovio nella poderosa Storia dell’esercito italiano, ora riproposto dall’Ufficio Storico SME.

   Quel passato fa aprire gli occhi sul presente.  La Camera inglese ha rifiutato l’attacco militare alla Siria. Ancora una volta l’Inghilterra impartisce una lezione. E’ una monarchia costituzionale. La più antica d’Europa. Alle spalle ha la Magna Carta  e l’habeas corpus, due  pilastri della civiltà liberale. Da secoli il governo inglese non può decidere spese senza l’approvazione dei contribuenti e i cittadini non possono essere arrestati senza un’imputazione formale.

Si discuterà a lungo su questa svolta. Ci si domanderà se i deputati inglesi abbiano deciso solo per motivi giuridici (la mancanza di prove sicure dell’uso di armi chimiche da parte di el-Assad) o anche per interessi (i complessi rapporti economici  tra Londra e il mondo arabo-islamico). Quel che conta è che il Parlamento ha rivendicato la propria sovranità sulla politica estera: un caposaldo della sua lunga fortuna degli inglesi, esaminata da Ottavio Bariè nei saggi raccolti da Massimo de Leonardis in Dall’Impero britannico all’Impero americano (Le Lettere), mentre ora l’egemonia degli USA risulta appannata,  lontana dal ruolo di guida sicura dell’Occidente, come lo stesso Bariè osserva in Dalla guerra fredda alla grande crisi (il Mulino), finalista all’Acqui Storia. Proprio il declino dell’egemonia di Washington apre spazi alle frenesie di Stati di seconda e terza fila, smaniosi di protagonismo, come la Francia di Sarkozy e di Hollande.  

  Anche in Italia dalla Grande Guerra la centralità del governo politico della forza quale pilastro della democrazia fu il terreno di scontro fra due concezioni dello Stato. Di una fu interprete maturo Giovanni Giolitti che dall’agosto 1917 chiese a viso aperto di trasferire dalla Corona al Parlamento l’approvazione dei trattati internazionali e soprattutto il  potere di dichiarare guerra. Non l’ottenne. Fu così che nel 1940 l’Italia venne buttata una seconda volta nella fornace di una guerra generale dall’andamento poi rovinoso, senza che alcun Istituto rappresentativo fermasse Mussolini: una catastrofe di cui paghiamo e pagheremo le conseguenze. Quei precedenti  ci ricordano che dal 1848 al 1946 l’Italia fu  monarchia costituzionale con poteri asimmetrici; dal 1946  scelse di essere una repubblica parlamentare, ma in troppi casi il Parlamento ratifica decisioni delicate assunte altrove. La verifica del corretto equilibrio tra i poteri avviene nelle ore supreme, quando ci si deve domandare se il Paese, sul quale ricadono le decisioni dell’esecutivo, concordi  davvero con le decisioni del governo e sia disposto ad accollarsene il peso. Fu la domanda che si pose il ministro della Guerra Domenico Grandi nell’ottobre 1914: un dubbio “giolittiano”. Venne sostituito. Forse una conferenza di pace dell’ultimo minuto, un maggior sforzo della diplomazia avrebbe fermato la concatenazione  di ultimatum e di dichiarazioni di guerra: che si sa come iniziano, mai come finiscano. Ma ormai la Santa Alleanza era solo un ricordo. Per di più esageratamente odioso (*).  

Aldo A. Mola

    

(*) Il XXXIX Congresso della Commissione Internazionale di Storia Militare si svolge al Centro Congressi  di Torino dal 2 al 6 settembre. Alle 17 di oggi (domenica 1 settembre) alla Biblioteca Universitaria è inaugurata la mostra “I volti dei Militari Italiani”.

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QUEI PIEMONTESI 22 SETT 2013


TUTTI PERDEMMO

QUELL’OTTO SETTEMBRE  1943


di Aldo A. Mola


Nel 70° della resa incondizionata sono stati pubblicati  nuovi  ricordi di chi la visse: l’hanno ricordata giovani ufficiali di allora, come Carlo Azeglio Ciampi e Mario Cervi, amari e dignitosi, e il granatiere Luigi Franceschini, che non esitò a battersi nella difesa di Roma. Ne emerge che quel giorno la patria non morì affatto. L’Italia era realtà politica recente: l’annessione di Roma capitale contava appena 73 anni, Trento e Trieste erano italiane da un quarto di secolo. Scuola, vita militare e politico-amministrativa non avevano avuto tempo di colmare un ritardo civile che affondava radici nei secoli. Solo da poco, e a fatica, lo  Stato d’Italia era divenuto pienamente  sovrano. Perciò dalla resa senza condizioni del settembre 1943 i vincitori ebbero buon gioco a svuotarlo e a renderlo, qual è, succubo di decisioni altrui, di Poteri Superiori.

L’“Otto settembre”  ebbe protagonisti appariscenti (il re, il governo, i vertici militari: sui quali molto si è scritto…) e altri fuori scena ma altrettanto determinanti, anche se solitamente elusi e consideranti “innocenti a priori”, anzi “vittime”: i cittadini. Parliamone.  Nel 1912 il Parlamento conferì  il diritto di voto ai maschi maggiorenni. Che uso ne fecero? Nel 1913 elessero una Camera che subì a occhi bendati l’intervento in guerra del 24 maggio 1915: una decisione sciagurata per l’insipienza di chi lo patteggiò (Antonio Salandra e Sidney  Sonnino), di chi lo ispirò (Ferdinando Martini e Salvatore Brazilai), e di chi per anni  fu comandante supremo (Luigi Cadorna). Dopo la catastrofe bellica si susseguirono alcune Camere, elette a norma delle leggi via via vigenti: una peggio dell’altra. I deputati votarono i governi, votarono contro se stesse, votarono tutto. La Camera eletta nel maggio 1921 col presidente  Giolitti fu la stessa che diede fiducia al governo Mussolini e nel 1923 approvò la legge che attribuì due terzi dei seggi al partito che avesse il 25% dei voti (altro che Porcellum!). Non solo ai nostri tempi il Parlamento vara leggi senza prevederne le conseguenze. Quelle Camere inconcludenti e rovinose non nacquero da sé ma dal mitico “voto popolare”.

Di legislatura in legislatura la Camera elettiva cedette progressivamente tutti i poteri al governo e poi al suo solo Capo, Mussolini, che nel giugno 1940 decise l’intervento senza consultare nessuno o quasi, anzi contro il parere motivato di chi riteneva il Paese impreparato ad affrontare una guerra lunga. Il “giorno della follia”  i cittadini accorsero ad applaudire. Piazza Venezia straripò di folla festante. Si fa un gran parlare, e persino l’elogio, della “zona grigia”: ma i cittadini che stanno alla finestra e non esercitano i loro diritti non sono meno responsabili di chi abusa della loro pazienza, della loro ignoranza, della loro ignavia.

Lo sconquasso dell’Otto Settembre, dunque, non fu il frutto del “tradimento”, né, meno ancora, della “fuga di Pescara”. Fu il punto di arrivo di un lungo cammino, di decenni di applausi dei cittadini che, in possesso del diritto di voto, lo usarono male. Si ripete che tra il 25 luglio e il 3/8 settembre 1943 il successore di Mussolini, Pietro Badoglio, condusse male la separazione dell’Italia dall’alleanza con la Germania di Hitler e l’aggancio agli anglo-americani (con la Russia di Stalin e Togliatti  nell’ultimo vagone). Vero.  Ma era alle strette. Ma l’uso del tempo da parte del governo Badoglio va confrontato con quello che ne fanno i governi in tempi come quelli attuali, tanto meno calamitosi: incertezze, rinvii, mezze verità… 

  Piaccia o no, l’Otto settembre 1943 non fu affatto la morte della Patria, perché questa ancora non c’era, era appena albeggiante come coscienza di massa; l’armistizio fece emergere il vizio d’origine: il particolarismo degli Stati preunitari, di Signorie, Comuni, principi-vescovi, tutti vassalli di potentati stranieri, come gli stessi partiti politici  dei CLN, eterodiretti dall’estero o corrivi a chiedere aiuto a interessi stranieri (fu il caso anche del Partito d’Azione, come ricorda  il marchese Massimiliano Majnoni in Sopravvivere alle rovine, Ed. Nino Aragno). A ben vedere,  l’accettazione della resa, l’8 settembre 1943, fu anzi l’estremo tentativo di  salvare il salvabile e di restituire l’Italia a vita nuova: un Secondo Risorgimento.

   Esso ebbe protagonisti alcuni militari piemontesi: il Maresciallo Pietro Badoglio  (1871-1956) di Grazzano  Monferrato, ora Grazzano Badoglio: il torinese Vittorio Ambrosio (Torino, 1879-Alassio, 1958), capo di stato maggiore; e il Maresciallo Ugo Cavallero (1880-1943), di Casale Monferrato. Il Vecchio Piemonte contava decine di alti gradi in tutte le Armi, specialmente nell’Esercito e in suoi corpi speciali, a cominciare da Alpini, Cavalleria e Carabinieri, che in età giolittiana ebbero ministro della guerra il loro ex comandante generale,  Paolo Spingardi (1845-1918), di Felizzano. Sottosegretario e ministro della Guerra dal 1928 al 1933 fu  il generale Pietro Gazzera, nativo di Bene Vagienna. Fu lui, non Mussolini, a portare la macchina militare italiana all’acme della potenza.

   Badoglio era e rimane una figura discussa. Al di là di ogni disputa, il 9 novembre 1917, dopo Caporetto (di cui è erroneamente considerato responsabile: sbagliò piano, ma non tradì affatto) egli venne nominato vice di Armando Diaz, comandante supremo. In quella carica  preparò la riscossa dell’Esercito. Il piano di battaglia di Vittorio Veneto fu preparato da un ufficio speciale comprendente Ugo Cavallero, e il giovane Ferruccio Parri. Badoglio e Cavallero  salirono di grado in grado anche durante il ventennio di Mussolini.  Non si amavano certo. Dopo il 25 luglio Badoglio fece arrestare Cavallero, benché, in quanto senatore, fosse tutelato dal laticlavio. Quando lasciò Roma per Brindisi, la mattina del 9 settembre 1943, Badoglio lasciò distrattamente in evidenza sulla scrivania il “memoriale” nel quale Cavallero narrava di aver operato per il cambio di regime e la separazione dell’Italia dalla Germania (di cui era invece considerato devoto) anche grazie a con un gigantesco finanziamento dell’industriale Luigi Burgo, senatore del regno, fido di Vittorio Emanuele III, un protagonista della storia d’Italia tuttora in attesa di una biografia. Capo del governo, con la famiglia reale e brandelli del governo Badoglio andò a Brindisi per iniziare la Vita Nuova della ricostruzione italiana. Cavallero e il suo memoriale caddero invece nelle mani del Feldmaresciallo  Kesselring, che la sera del 12 settembre, due giorni dopo la traslazione di Mussolini dal Gran Sasso in Germania, gli chiese di assumere il comando delle Forze Armate del nascente stato repubblicano d’Italia. Italiano, militare, massone rifiutò energicamente. Venne rinvenuto all’alba con una proiettile nella nuca. Foro d’ingresso in basso a sinistra. Non era mancino.  Invece Augusto Graziani, convocato da Kesselring, accettò l’incarico, con l’impegno che agli ufficiali non sarebbe stato chiesto alcun giuramento di fedeltà ideologica e i militari della Repubblica non  sarebbero stati schierati contro reparti del Regio Esercito avanzanti da Sud. Furono tempi di ferro. L’Italia arrancava per salvaguardare quanto rimaneva della dignità, conquistata a caro prezzo. L’armistizio aggravò il vuoto delle istituzioni. Stolidamente Badoglio dichiarò sciolta la Camera dei fasci e delle corporazioni. Valeva poco per i “fasci”, ma le “corporazioni” erano l’espressione della vita economico-sociale, come ha riconosciuto l’art. 99 della costituzione della Repubblica, del tutto dimenticato: “Il Consiglio nazionale dell’Economia e del Lavoro ha l’iniziativa legislativa e può contribuire alla l’elaborazione della legislazione economica e sociale …”. Azzerata la Camera, il Senato risultò impotente. Esso stesso fu poi invalidato con provvedimenti scioccamente persecutori,  come l’epurazione. E’ una storia amara, ancora tutta da scrivere e da metabolizzare. Basti ricordare che Giovanni Agnelli (un nome ormai quasi senza eco) morì nel dicembre 1945, cacciato da presidente della FIAT e privo di diritti politici e civili. Del resto, come Vittorio Valletta, a inizio maggio del 1945 aveva scampato di misura la condanna a morte decretata a suo carico dal CLN Regionale piemontese. Così nacque il nuovo  “stato di diritto”: coi linciaggi gratuiti. Poi Saragat nominò Valletta senatore a vita: ma vent’anni dopo quel 1945.

  Se i generali piemontesi dell’Otto settembre 1943 furono impari alla tragedia, peggio fece il sedicente Comitato centrale di liberazione nazionale che il 9 ottobre pretese l’abdicazione del re, che era il solo Potere riconosciuto dai vincitori, e s’illuse di trattare direttamente con le Nazioni Unite. Il 23 settembre Mussolini presiedette la prima riunione del governo dello Stato repubblicano d’Italia, poi RSI: venti mesi  che allungarono un’ombra lugubre sui decenni seguenti. Quale ruolo vero vi ebbero i cittadini e il Parlamento bicamerale, tutto elettivo? E’ lecito imputare ai protagonisti appariscenti di settant’anni addietro l’inettitudine all’autogoverno dell’insieme dei cittadini?

Aldo A. Mola